Medici e pazienti, nel Settecento


Trascrizione e adattamento di una conversazione con Maria Conforti.


 

MEDICI, CURANTI, PAZIENTI

 

Medici, curanti e pazienti sono categorie tra loro molto lontane con concezioni della medicina e della cura tra loro molto diverse.

 

I medici physici sono quelli che studiano all’Università, conoscono il latino e hanno accesso a un numero di testi ampio, per l’epoca. Dopo un certo numero di anni di studio (sei o sette, all’incirca come previsto oggi) sono abilitati all’esercizio della professione. Sono solo uomini.

 

Accanto ai medici c’è un mondo ampio, e potremmo dire variopinto, di persone che praticano la cura se non propriamente la medicina. In questo gruppo rientrano anche i chirurghi, di diverso livello, le levatrici, gli speziali: professioni che hanno una visione della pratica medica molto diversa da quella del medico fisico. Sono meno colti, conoscono meno le scienze naturali, però sono più pratici e quindi talvolta più efficaci.

 

Poi c’è il mondo dei pazienti, altrettanto variegato per distinzione sociale, di genere, di età.

 

Si tratta, in ciascun caso, di punti di vista sulla medicina molto differenti.

 

TRADIZIONE E INNOVAZIONE

 

La medicina conserva al suo interno elementi di lunghissima durata.

 

Sul versante della pratica medica la tradizione dominante, che continua a persistere per buona parte del Settecento, è ancora quella ippocratico-galenica [link di approfondimento?]. Si basa su una specifica fisiologia (quella dei quattro umori) e su uno specifico mondo terapeutico, di scarso impatto farmacologico ma di grande attività preventiva. Permangono insomma le origini greche, pur variamente riformulate.

 

Accanto a questo tipo di approccio pratico, si assiste a un significativo sviluppo della medicina scientifica, sia per quanto riguarda l’anatomia, sia per quanto riguarda la fisiologia e in parte anche la patologia. Ciascuno di questi ambiti viene fortemente innovato.

 

Va detto però che tali innovazioni hanno un impatto relativo nella pratica di cura, e quindi nella vita dei pazienti. Anche le figure dotate di maggiore rilievo scientifico (Vallisneri, Lancisi, potremmo citare anche Redi: appartiene al Seicento ma tra i due secoli c’è una certa continuità), anche loro, che formulano e appoggiano teorie scientifiche avanzate, continuano a praticare un tipo di medicina, e ad avere un atteggiamento nei confronti del paziente, che non è molto diverso da quello dei secoli precedenti. Non esiste una specificità della medicina del Settecento se non sul piano della scienza, della ricerca e dell’innovazione scientifica, ma prima che gli avanzamenti teorici si traducano in pratica di cura sono necessari lunghissimi periodi. E questo è vero per tutta l’età moderna, non solo per il Settecento.

 

Laddove non si ricorra alla chirurgia (che però implica interventi delicati, pericolosi, cui si ricorre solo in casi estremi), la medicina è estremamente lenta, si basa in ampia parte sulla prevenzione facendo relativo affidamento alla farmacologia.

 

Ciò detto, l’offerta di cura è molto varia: come si accennava prima, prevede di rivolgersi a persone diverse che hanno sistemi di cura anche molto distanti tra loro. Non molto diversamente da quanto accade oggi, tutto sommato, se pensiamo alla differenza tra comprare un’aspirina in farmacia, che non richiede nemmeno la prescrizione del medico, e sottoporsi a una visita specialistica.

 

I PAZIENTI, PRIMA DEI SISTEMI SANITARI NAZIONALI

 

Per tutta l'età moderna non è esistito un sistema di cura gestito dalle autorità pubbliche. La preoccupazione di predisporre un’assistenza estesa a tutta la popolazione nasce alla fine del Settecento (del resto la definizione del concetto di cittadinanza nasce poco prima, con l’Illuminismo). Esistevano, questo sì, interventi tesi alla tutela della salute pubblica – per esempio in caso di epidemie, nei grandi centri urbani – ma questo è un altro discorso. 

 

Non a caso la figura del paziente è la più elusiva storicamente. Sappiamo poco dei protagonisti del rapporto di cura. Tutto ciò che sappiamo deriva o dalla testimonianza di medici e di altri curanti oppure, ma è un caso meno frequente, dalla voce dei pazienti stessi in quelli che oggi si chiamano ego documents (diari, autobiografie, epistolari). Però si tratta di documenti più rari, che si riferiscono quasi sempre, ma non esclusivamente, a pazienti di classe sociale elevata. La maggior parte delle testimonianze inoltre è maschile: parlano in prima persona uomini adulti, le donne che accedevano a un'educazione [link a immagini di dipinti secenteschi che raffigurano medico+paziente donna] e pochissimi bambini (oggi si sa che non è vero che l’infanzia non esisteva – i bambini venivano curati – ma un’attenzione specifica nasce un po’ più tardi).

 

Abbiamo quindi un’immagine molto parziale del paziente,in gran parte determinata dall'immagine che ne aveva il curante [link a funzione dei consulti].

 

Detto questo, sappiamo che i pazienti di alto ceto sociale si curano in casa: il medico effettua le visite e somministra le terapie a domicilio. A volte vi risiede (è il caso dei medici di corte). In tali contesti i pazienti, contrariamente a quanto si possa pensare e soprattutto se sono uomini, sono interlocutori colti, attivi, in grado di ragionare con il proprio medico e di valutare con lui le scelte di cura.

 

Al di là di quanto avviene all’interno delle abitazioni nobiliari, esiste un’attività molto intensa a livello di quartiere o di vicinato (nelle zone rurali). Tra abitanti della stessa zona, nel vicinato, ci si aiuta. Protagoniste di questa scena sono le donne, in particolare quelle più anziane, che hanno accumulato un’ampia conoscenza empirica di pratiche e sostanze curative. Sono le caregiver immediate: si ricorre prima a loro, poi a tutti gli altri. Svolgono un’attività fondamentale, anche se spesso viene guardata con sospetto (non dai pazienti, che vi si rivolgono, ma dai medici) e tuttavia relativamente tollerata. Quando lo spiego ai miei studenti dico che in fondo è, di nuovo, come adesso: quando avete un forte mal di testa chi chiamate? La mamma…

 

I LUOGHI DI CURA

 

Se il primo luogo di cura, come abbiamo detto, è la casa, va sottolineato che l’Italia è caratterizzata da una rilevante diffusione degli ospedali [ipotesi di link di approfondimento agli studi di Franco Fava, Università di Torino]. Gli ospedali sono stati, tradizionalmente e storicamente, una presenza urbana e architettonica molto importante. Sono presenti in tutte le città italiane, in centri grandi e piccoli, si sviluppano molto precocemente rispetto ad altri paesi e si dedicano, sin dall’inizio, ad attività mediche specifiche. Sono generalmente istituzioni ricche e spesso si qualificano anche come centri di ricerca scientifica di alto livello, con un ottimo personale, anche chirurgico. Tutt’altro che strutture per reietti. I pazienti ospedalieri sono vari: si va dai rappresentanti del ceto artigianale fino ai più poveri, ma non mancano in alcuni casi luoghi organizzati per ospitare 'gentiluomini'

 

Infine, tra i luoghi di cura, ci sono le piazze. In Italia, per esempio, la piazza è per tradizione riservata ai ‘ciarlatani’: a differenza del senso che oggi attribuiamo al termine, i ciarlatani erano coloro che possedevano la licenza per la vendita dei farmaci, licenza che sfruttavano nelle pubbliche piazze e nelle fiere. [ipotesi link di approfondimento a testo di Serianni: verificare o di Gentilcore, che ha scritto un testo fondamentale sull'argomento]

 

I LUOGHI DI FORMAZIONE

 

Il primo luogo di formazione è l’Università, ma lo è solo per i medici fisici. Per tutti gli altri curanti i luoghi di formazione sono piuttosto vari.

 

I chirurghi frequentano scuole specifiche, spesso ospedaliere, oppure apprendono a bottega.

 

Nel corso del Settecento iniziano a essere educate in luoghi di formazione specifici anche le levatrici, all’interno dell’ospedale o in scuole specifiche: le scuole per ostetriche nascono a Bologna proprio in questo secolo.

 

Ed è, ancora, nel Settecento, che l’ospedale diventa un po' dappertutto in Europa, dopo i primi esperimenti cinque-secenteschi, anche il luogo in cui si va a fare bed-side teaching, ovvero ‘l’apprendimento al letto del malato’. In Italia è un fenomeno molto precoce. Secondo la storiografia corrente comincerebbe a Padova, ma oggi sappiamo che a Roma, in cui era operativo uno dei centro ospedalieri più ricchi d’Europa (il Santo Spirito), il bed-side teaching era una pratica comune a cui partecipavano e contribuivano medici e chirurghi.

 

Sul fronte della formazione medico-chirurgica possiamo dire che l’Italia presentava una realtà molto avanzata.

 

LA FORMAZIONE SCIENTIFICA DEI MEDICI

 

Secondo una tradizione che in Italia è molto antica le Università, fin dalle origini, non hanno la facoltà di teologia ma quella delle arti. La facoltà delle arti è una sorta di propedeutica alla medicina in cui si studia filosofia naturale, ossia la scienza. Il medico italiano acquisisce quindi una formazione scientifica molto solida, secondo un modello di curricula che esporteremo anche all’estero, e che includeva tra l’altro training in logica, in geometria e in varie scienze di base. Questo tipo di interesse per gli argomenti che oggi chiamiamo scientifici non riguardava peraltro solo i medici, bensì in generale i curanti: gli speziali (farmacisti), i chirurghi (tutte figure che, pur nella differenza di ruolo, si sono sempre interessate alla filosofia naturale).

 

IL DIVARIO TRA TEORIA E PRATICA,

LA COLLABORAZIONE TRA MEDICI E CHIRURGHI

 

Il divario tra teoria e pratica esisteva anche allora, e molto più di oggi. La formazione di tipo teorico, propriamente scientifico, era condotta come abbiamo visto a livello anche molto alto. I medici fisici che accedevano all’Università si dedicavano poi a un accurato studio dei testi classici. Ma si capisce – ed è vero oggi come ieri – che a colmare la differenza tra un testo e un malato non è sufficiente la preparazione teorica.

 

Figure professionali come i chirurghi, d’altra parte, accedevano alla pratica in maniera più incolta ma più rapida. Per questo motivo, i medici più avvertiti cercavano sempre di collaborare con i chirurghi. Il medico fisico non curava toccando ma osservando, pensando, ragionando, mentre il chirurgo curava con le mani, quindi aveva una pratica reale.

 

Da tali circostanze si sviluppa una delle caratteristiche più significative della medicina italiana: la collaborazione medico-chirurgica che fa sì che la grande tradizione medica italiana sfoci molto precocemente nell’anatomia patologica, il che avrà ripercussioni di grande rilievo nell’ambito della ricerca scientifica.

 

ANATOMO-PATOLOGIA E SALUTE PUBBLICA:

DUE CARDINI DEL SETTECENTO

 

Sul piano della ricerca, l’acquisizione di maggior rilievo è la connessione tra anatomia e patologia, che si sviluppa specificatamente in Italia, anche grazie alla presenza degli ospedali, e che darà origine all’anatomia patologica (o anatomo-patologia), e cioè l’osservazione sul cadavere delle lesioni, dei segni e dei sintomi lasciati dalla malattia.

 

Di solito si dice che l’anatomia patologica nasce, appunto in Italia, a fine Settecento con Morgagni. In realtà le radici dell’anatomia patologica vanno rintracciate in un’attività che si sviluppa nel Cinquecento con le prime dissezioni di cadaveri, procede da allora in modo continuo, consente di acquisire un corpus di casi clinici autoptici man mano sempre più significativo, e così lentamente si sistematizza. È questa lunga, e spesso ‘sommersa’, attività che consente poi finalmente di radicare la patologia nell’anatomia, e quindi di capire che cosa realmente accada al corpo quando si ammala. Si tratta di uno sviluppo essenziale che nasce dalla collaborazione tra medici e chirurghi, al quale si devono sia lo scardinamento della medicina umorale sia il parallelo sviluppo di una nosologia accurata, e cioè della costruzione di una casistica di malattie non più vaga bensì radicata nei fenomeni corporei, direttamente e concretamente osservabili. Da cui deriverà la pratica clinica così come oggi la intendiamo.

 

Il secondo elemento storicamente di maggior rilievo, nell’ambito della medicina settecentesca, è la nascita della medicina sociale, quindi l’interesse per la salute pubblica. Iniziano a essere pubblicati testi affinché la popolazione impari a seguire regimi di vita corretti e affinché le autorità pubbliche intervengano per predisporre la cura dei cittadini (benché in modo molto diversificato a seconda dell’area geografica, questo orientamento segue approssimativamente le linee di sviluppo del pensiero illuminista).

 

Va detto che in ambito di salute pubblica l’Italia aveva delle tradizioni molto antiche, disponendo di magistrature a tale scopo deputate in tutte le città comunali (Venezia, Firenze, Napoli, ecc.). Queste magistrature, che si svilupperanno anche nel resto d’Europa, vigilano sull’interazione tra ambiente e malattia (soprattutto per la prevenzione e il controllo delle malattie epidemiche) ma sono relativamente indipendenti dal sapere medico. Nel Settecento questi due mondi cominciano a comunicare.

 

I CONSULTI MEDICI:

NELLA STEREOTIPIA DEL GENERE, UN RIFLESSO DEL PAZIENTE

 

I consulti sono un genere di consultazione molto specifico e con una lunga storia alle spalle. Sono di grande interesse innanzitutto per un motivo: nei consulti vediamo il paziente come non lo si vede quasi mai, nella letteratura medica dell’epoca. Sono gli unici materiali in cui si abbia un riflesso – spesso pallido, ma pur sempre un riflesso – sia del paziente sia dell’incontro tra medico e paziente. [link al Consulto XI di Beccari]

 

Va detto che i consulti, proprio a causa della 'lunga durata' del genere, sono anche un genere molto stereotipato. Le casistiche erano organizzate secondo linee specifiche, molto precise. La scrittura non è né di tipo narrativo né libera, bensì governata da regole precise.

 

All’interno di questa cornice stereotipata, ogni autore immette poi, entro certi limiti, il proprio stile, e ciò che pare più interessante è proprio la descrizione del caso: dalle variazioni sui temi analoghi, dalle reticenze, è possibile cogliere ciò che, appunto, in altri documenti non si trova: la presenza dell’ammalato, o quanto meno qualche traccia.